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Faccio il medico di famiglia e guadagno 1.600 euro al mese, ma lo faccio perché è la professione più bella del mondo. Rubrica MMG Resilienti “adesso parlo io”

29/10/18 Lettera firmata

 

Partiamo con i numeri che sono la parte più noiosa ma visto che qualcuno dice che i medici di famiglia sono ricchi e lavorano poco vorrei dare il mio contributo su questo tema. Faccio il medico di famiglia dal 1996 ma ho avuto un numero congruo di pazienti dal 1999 che negli anni per alterne vicende si aggira a punte massime di 650-700 assistiti. Ho una segretaria a 15 ore settimanali, sono in medicina di gruppo e faccio parte di una UCP. Sono tutor di abilitazione con circa due tirocinanti l’anno (sono entrato quando avevo mille assistiti), veri, cioè frequentano tutto il mese assegnato. Non faccio pagare le medicazioni o la rimozione punti e simili, sono d’altronde molto saltuarie. Ho poche visite domiciliari programmate e vado a domicilio solo se lo ritengo necessario, in pratica due tre domiciliari al mese, come da ACN non mi sono mai fatto pagare per le visite domiciliari . Considerando lo stipendio di agosto prendo circa 3200 euro netti ai quali devo sottrarre ogni mese le spese relative allo svolgimento dell’attività professionale che sono essenzialmente la segretaria, l’affitto e le spese dello studio, lo smaltimento dei rifiuti speciali, il telefono, il toner, il software e le manutenzioni varie, l’assicurazione professionale, circa 1.400 euro mensili di spese che mi lasciano con circa 1.800 mensili per vivere da cui devo ancora sottrarre i costi di un medico sostituto se ho bisogno di ferie o giorni di malattia, quindi forse 1.600 considerando tutto.

 

Ma fatto questo preambolo voglio mandare un messaggio positivo e farvi capire cosa c’è di bello in quello che faccio. Mi sono trovato a un raduno tra vecchi amici qualche mese fa e inevitabilmente si parlava anche di lavoro. “Sei un medico? Specialista in?” Tutti sembravano avere l’aspettativa che rispondessi qualcosa come medico d’urgenza o neurochirurgo o ricercatore. Mi sono ritrovato a dire “sono solo un medico di famiglia”, sapendo bene che molte persone ci vedono come passacarte, medici “di base”, quelli che spesso non visitano, quelli da spremere e minacciare per avere la richiesta degli esami del sangue o la domiciliare a tutti i costi, per molti “poca roba” insomma.

Ma la realtà è ben lontana da quella descritta dalla gente o da alcuni colleghi. In verità si tratta della sfida di gestire tutto in un breve lasso di tempo, di avere le capacità di sviluppare un rapporto istantaneo con un paziente che potresti non aver mai incontrato prima. Si entra nella vita quotidiana delle persone e i problemi che li affliggono ma talvolta anche delle piccole o grandi gioie che la vita riserva ad ognuno di noi.
Si tratta di gestire problemi che possono essere facili ma anche molto complessi, da una dermatite alle cure di fine vita. So che essendo un medico di famiglia posso risolvere questi problemi o direttamente o instradando nel modo più corretto i pazienti. Per molti non è una branca della medicina accattivante al primo impatto, qualcosa di cui vantarsi con gli amici o che attira stupore, ma dopo anni di professione so che è quella che nella realtà fa la differenza per i miei pazienti e questo mi aiuta a ricordare perché faccio questo lavoro, non di certo per il denaro che come avete letto è poco, tantomeno per la gloria. Non aiuta il fatto che all’università la medicina generale non sia insegnata in modo omogeneo e manchi ancora una vera e propria specializzazione in medicina generale, ma si sa che l’Italia è una tartaruga millenaria in queste cose, aspettiamo ormai che l’Europa ci sgridi per fare le cose. I sindacati non li nomino nemmeno perché sono la fotocopia delle baronie universitarie sul territorio, non ho speranze che inizino a fare realmente il bene della categoria. Ma allora vi chiederete con pochi soldi e scarse prospettive dove trovo la forza di andare avanti? Lo faccio solo perché non ho opzioni? Assolutamente no.

 

Di seguito riporto alcuni esempi di situazioni discusse con alcuni collerghi che ci danno l’energia, il desiderio di andare avanti e la convinzione che la mia, nonostante tutto, sia la più bella professione al mondo. La settantenne che ho curato per un’infezione urinaria, una cosa così semplice da risolvere, la settimana dopo mi porta una teglia di fettucine fatte in casa . La mamma che piange di sollievo quando le dico che sta seguendo bene il suo figlio adolescente in una fase complessa della sua vita. Il paziente con storia passata di abusi familiari che mi racconta delle sue paure e dei suoi incubi nonostante siano passati anni dagli eventi traumatici, non lo aveva mai detto a nessuno. La donna di mezza età con sintomi della menopausa che mentre parla con le sue amiche delle vampate solo con me parla della mancanza di desiderio sessuale ed è preoccupata che non sia normale. Il diciassettenne con un’acne che gli causa molti problemi psicologici e so che il trattamento farà una grande differenza. L’uomo convinto di avere un cancro che, quando gli dico che è un semplice accumulo di grasso sottocutaneo, scoppia a piangere. La signora di novantacinque anni nella casa di riposo che con gli occhi lucidi mi dice “mi annoio a stare qui con tutti questi vecchi seduti a guardarmi”. La signora anziana che viene con una semplice dermatite e quando le chiedo se c’è qualcuno che può aiutarla a applicare la crema sulla schiena piange e mi parla di suo marito morto due anni prima. L’uomo che zoppica dopo aver camminato su un bicchiere rotto la sera prima. È troppo spaventato dagli ospedali per andare in pronto soccorso, anche se sa che è il posto giusto dove andare per queste cose. L’ascesso cutaneo che scoppia mentre lo premo e da sollievo immediato al paziente e una piccola soddisfazione immediata anche a me. Il parente che mi regala un libro di poesie alla fine di una domiciliare “perché dottore io lo so che voi avete un lato poetico”. Il biglietto di ringraziamento del paziente con una dipendenza da farmaci ansiolitici ; quando ci eravamo incontrati per la prima volta mi ero rifiutato di prescriverli a lungo termine e abbiamo concordato una riduzione graduale. Pensavo si sarebbe iscritto con un altro medico in un battibaleno e invece no. L’insegnante alle prese con una depressione grave in terapia ottimale che però rifiuta di prendersi pochi giorni di malattia, uno dei pochi casi in cui ho usato uno di quei comportamenti paternalistici vecchio stile (odio farlo ma è giustificato) “io sono il tuo medico e ti sto dicendo che hai bisogno di staccare”. Un mese dopo torna rifiorita ed entusiasta come non mai. Talvolta un po’ di “teatro” aiuta! L’uomo con la pressione alta che non accetta i farmaci e mentre io mi sento in colpa per non riuscire a convincerlo mi dice “non preoccuparti dottore, hai fatto del tuo meglio. Cos’altro puoi fare?”. La ventenne con stitichezza e ha vergogna nel spiegarmelo. Le dico che è una cosa così comune e facile da risolvere e sembra sollevata nel vedere che il mio approccio è così amichevole. La paziente senzatetto che mi ha fatto impazzire per riuscire a fargli fare anche solo un esame del sangue e che riesco a far seguire da un’associazione sul territorio. Tutti i pazienti che quando sono in ritardo non si lamentano. Non c’è niente di più stressante per me dell’essere in ritardo ma ci sono alcuni pazienti che non posso mandare via in pochi minuti. Queste sono le piccole cose che rendono la mia giornata bella. Che sono lontane da una politica o un sindacalismo miope che non investe in assistenza primaria, che non mi garantisce una riduzione della pressione fiscale e della eccessiva burocrazia che mi rende la vita difficile. Perché noi siamo liberi professionisti per lo Stato ma siamo al 100% all’interno del sistema sanitario nazionale, chi lavora così non è un’impresa, anche se alcuni di noi ormai sono “industrializzati“. Momenti nei quali entro nella vita delle persone e cerco di fare una piccola differenza.

 

Francesco

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